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Introduzione

Poche righe per spiegare. Credo che ognuno di noi crei un suo vocabolario, associando a ciascuna parola significati diversi a seconda delle esperienze, del carattere, degli avvenimenti. Le parole, quindi, assumono sfumature particolari, che possono mutare nel tempo, adattandosi a nuovi (o vecchi) modi di sentire. Questo che segue è un diario di pensieri cervellotici, di elucubrazioni, di sentimenti; sono schegge di me che non potevano fisicamente rimanere intrappolate in qualche parte indeterminata del mio corpo, dovevano uscire e palesarsi, come un mio personalissimo sfiato.

Le poesie sono (più o meno) in ordine di tempo: le più vecchie hanno più di 10 anni; l’ultima l’ho pensata ieri e non so ancora se sia completa o meno. Sorte identica spetta a molte altre: alcune sono da cambiare, altre da correggere, altre ancora da completare; ce ne sono alcune accompagnate da una breve riflessione, altre da disegni. Ricordo l’esatto momento in cui il mio cervello ha iniziato a pensare a ciascuna di esse, dov’ero, cosa stavo facendo e cosa stavo provando. Questo le rende vere ai miei occhi e ho deciso da molto tempo che ciò che è vero debba essere, in qualche modo, bello.

A chi legge capire se possono essere belle anche per qualcun altro.

il presidente

Eravamo convinti che sarebbe durato per sempre.
Lo scintillio sui vetri dei nostri grattacieli,
di un sole che enorme plana sull'orizzonte,
tracciando scie sul mare
come una vecchia petroliera in fiamme,
sbrodolando dal disco color rame
una luce suadente,
che ricopre le cime delle palme
e sui tronchi si spegne.
La notte, risalendo dalle strade,
avvolge con un telo butterato di luci
le basi dei palazzi,
che in alto avvampano come fiammiferi,
mentre un sax roco e appiccicoso piange
e s'attacca al ricordo di uno strip tease.
E distese di spiagge tanto bianche
da ferire la vista,
assediate dal verde brillante
dei miei campi da golf,
dalle ombre dei resort;
l'oceano che conquista e si ritrae
come la bava densa del mio cane
quando srotola la lingua.
E la mia terza moglie,
su una sdraio in esposizione,
cotta dal sole in crosta dorata e croccante,
inerte come i bronzi di cartone
che m'addobbano casa;
le bocce straripanti, unte e rifatte,
strizzate nel bikini striminzito
da me acquistato tre taglie più piccolo:
non fosse per la patina appena umida
che sfumava il crepaccio invitante
tra le tette compresse,
l'avreste detta dea di silicone,
il premio più ambito:
leniva ogni mio sfrigolio.
E le cene, in salotti soffocati dallo sfarzo:
colonne d'alabastro
con capitelli dalle foglie d'oro,
candelieri in cristallo,
ogni goccia a riflettere lo sguardo,
anfore enormi, mobili intarsiati,
cornici dai motivi inestricabili,
timpani finemente cesellati;
specchi ovunque, per moltiplicare
la mia faccia paonazza
stravolta in una smorfia soddisfatta
mentre divoro il pasto:
i masseteri mossi come pistoni,
un grugnito per ogni contrazione,
le mie fauci che strappano la carne,
rossa di sangue, sprizzante sapore,
triturata dai denti e sciolta da flutti
di viscida bava;
le ossa scarnificate lanciate ai cani.

Vi odio, scienziati! Ci avete insegnato
che l'occhio vince e comanda sui sensi!
Come potevo capire la fine
se sulla retina ardeva l'immagine
del mio trionfo?
Avreste dovuto affittare
Hollywood per un giorno
e inviarmi un film zeppo di effetti speciali,
di fuoco e fiamme, maree e temporali!

Molla

Salve! Mi chiamo Marco
e sono un pupazzo
davvero ben fatto:
ho capelli di lino pregiato,
inchiodati dal gel
in una riga di lato che scopre
il resto del cranio rasato.
Ho una pelle morbida al tatto,
su cui spalmo lozioni e creme bagno,
e una barba curata
in ogni dettaglio,
dalla folta pienezza
alla precisione del taglio.
Sul mio corpo abbronzato e allenato –
ore e ore di palestra,
ma che definizione, che risultato! –
spiccano i marchi neri dei tatuaggi:
lo scudo della squadra
che mi hanno insegnato a tifare
e il mio cane
che mi lecca la faccia
e che amo
più di ogni essere umano.

Ma chi mi ha fatto ha commesso uno sbaglio:
al posto del cuore ho una molla
che si schiaccia di rabbia ogni volta
che leggo i commenti su facebook,
che ascolto i politici parlare,
che sento la gente ragliare.
E quando non potrà più essere compressa oltre
e tornerà indietro,
pesterò a morte un ragazzino inerme
solo perché negro.

Notte

Some girls are bigger than others.
Anni ’80, tramonto di bronzo.
Scarpe che inciampano,
uova mi mancano.

Schiere di bocche nere
trangugiano la notte.
Sfondati, incavi, logge.

Riverbero nostalgico,
rombo distorto,
muro di suono.
Il cielo azzurro rigato di scie,
ricordo il primo ricordo luccicare
sul metallo di lisce fusoliere.

Vorrei una notte maligna, infinita.
Un deserto di buio.

Ambra

Eccoti: strisci contro i muri ruvidi
come il fresco d’estate.
Hai lasciato orme nei ricordi ambrati,
li richiami con forme mai mutate.
Imbrigli il solco dei miei passi insipidi,
l’incedere del sole,
lo scivolio delle ombre.
Contieni cose, è questo il tuo dovere:
lo scoppio eroico delle primavere,
rigurgitante fiori d’azalee;
la luce che come amanuense calca
sui pavimenti
di ampie finestre sagome e contorni.

Sei il lampione del paese
che m’indica la via
nelle notti di neve.

Bocciolo

Una promessa palpita segreta,
cullata da un bacio di petali.
Gronderà
sulla corolla madida
traboccante di pollini vischiosi
nelle alcove ronzanti,
tracimerà
nel racconto odoroso dell’essenza
ornata da colori di farfalla,
rimbomberà
nei vuoti di finestre spalancate
invasi da pulviscolo volante.

Ma prima che accada,
in questo scarto annerito d’inverno,
scoprendo ogni bocciolo immaginerò il risveglio:
vita in nuce, infiniti splendori possibili.

Gibigianna

Come una cipolla
il tempo mi sfoglia
filtrando tra le crepe
come acqua tra le pietre.

Seduta in controluce su una sedia a rotelle
nell’ampia cavità del salone,
gonfia di malva e passi scricchiolanti,
hai uno scialle buttato sulle spalle,
una televisione blaterante
e un esercito leale di poltrone.
Ti seguono fedeli e vagabonde,
quando la tua memoria si ripiega
schiudendo scrigni di racconti persi
alla deriva negli occhi celesti,
pescando ricordi affioranti
da un oceano senza fondali né orizzonti,
come acqua che raccoglie il colore
dal pennello impregnato del pittore.
E le ombre che s’annidano nei corridoi
sussurrano nei tuoi occhi il respiro degli spettri,
il frullio di ali angeliche, o la danza
su tutti i muri di una gibigianna,
riflessa da cornici cesellate
o dalla rifrazione della tua fantasia.
E quando cerchi il tocco delle cose,
il conforto loquace degli oggetti,
di alcuni narrerai le antiche storie –
volpe di porcellana che zio Nino
comprò per il brillio divertito dei tuoi occhi,
cimeli dal Giappone,
un nero pianoforte –
di altri perderai traccia in cassetti profondi,
come monili su fondi spaziosi,
come parole erranti che non trovi.
Ricorrerai al linguaggio dei bambini,
a guaiti e pigolii,
per raccontarci timori e sorrisi.

Ciò che resta e resiste,
quello di cui il tuo spirito consiste:
un’ironia che cura ogni spavento,
l’essere più testarda del tempo.
Il resto è solo un’inerzia del corpo,
un breve perdurare del respiro,
un sopravviversi privo di denti.

L’uomo che tutto aveva provato

Sedeva su una rupe,
ammirando in silenzio
il tramonto dorato.

Aveva riposato e aveva viaggiato,
aveva lavorato per ingannare il tempo
e lento il tempo lo aveva ingannato,
aveva pranzato presso poveri e ricchi,
assaggiando dei primi i pochi chicci
e i golosi contorni dei secondi,
aveva combattuto quando tutto era perduto
e si era arreso prima di essere battuto,
si era assopito in letti sospiranti d’amore
e aveva speso ore cariche di dolore,
aveva narrato queste poche parole
in ogni lingua e inflessione,
aveva realizzato i propri desideri
evitando di ripetersi.

Così, fiero e dorato
pensò che solo un atto
aveva tralasciato.

E si scagliò giù dalla rupe.

Lo scrittore

oznor

Ditemi: io che di mestiere scrivo,
creando mondi della mente,
cosa mai ne saprò
di quello che accade realmente?
La finzione è un caldo nascondiglio:
io vivo in ciò che immagino.

Ma un timore mi assilla,
un dubbio mi tormenta!
Ciò che compongo è massima ricerca
di ogni essere che inventa?
E’ il sogno degli antichi,
la gloria del presente:
E’ arte, talento, oppure il mio successo
proviene dal consenso?

Carezzerò la coda
schiva della cometa,
levriero sempre in corsa
dietro finti fantocci;
girerò senza sosta
attorno a un punto senza mai toccarlo:
un cerchio intorno al nulla,
un cerchio che racchiude al centro il tutto;
e se lo toccherò, non sarà un lutto?
Cosa cercherò, poi?


Amanti

Quando i miei occhi
si riposeranno nei tuoi,
giaceremo abbracciati
in letti caldi d’amore,
aspettando la sera
dopo la luce del sole.

L’eternità fonderà i nostri sguardi
in spirali d’acciaio intrecciato,
unirà i corpi
come radici alla terra,
e noi non troveremo differenza,
persi nel cerchio
di uno sguardo senza tempo.

Ricorderemo un frammento d’estate,
quando il dolore arretrava,
come le onde agitate
verso il mare che le ha generate.